Gesù disse: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna ...
perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”.
(Giovanni 6,54-55)

 

Care sorelle e cari fratelli,

sono otto mesi che non celebriamo la Cena del Signore a causa della pandemia. Ora, il Vangelo di Giovanni parla della Cena proprio attraverso la sua assenza e ci può essere d’aiuto in questo momento in cui ne sentiamo la mancanza. Infatti nel racconto dell’ultima cena (cap. 13 e sgg.) Giovanni non racconta che Gesù abbia spezzato il pane e condiviso il vino pronunciando le famose parole “questo è il mio corpo ... questo è il mio sangue” contenute negli altri vangeli e nella prima lettera ai Corinzi. Viceversa, in altri punti del vangelo Giovanni allude alla Cena (vedi in particolare 21,13), ma i riferimenti più forti sono nel cap. 6 (vv. 51-58). E’ difficile dire quale fosse l’intenzione di Giovanni, ma uno degli effetti della sua scelta è di intrecciare la Cena con la vita quotidiana, cosicché il suo senso arriva a permeare la vita intera.

 

Nel cap. 6 si sottolinea quanto la dimensione corporea sia essenziale nell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo che culmina con la morte sulla croce. Gesù ci offre una relazione con lui molto concreta, come se fosse materiale, concreta come il mangiare e bere. Una relazione in cui siamo coinvolti attivamente – come quando mangiamo – nella quale ci nutriamo di lui. Il Cristo ci offre la sua morte perché noi ce ne nutriamo. E questa relazione ci rende vivi, ci fa dimorare in lui, si tratta di una relazione che dura nel tempo. Essere alimentati dal confronto con la morte di Gesù Cristo è un’esperienza che dà di sentirci vivi e di restarlo.

Ogni volta che noi celebriamo la Cena del Signore noi affermiamo queste cose, e al tempo stesso le comprendiamo più profondamente, fisicamente, mangiando del pane come se fosse il corpo di Cristo inchiodato alla croce per noi, bevendo del vino come se fosse il suo sangue versato per noi. L’astinenza forzata dalla Cena, con l’aiuto del Vangelo di Giovanni, ci può aiutare a riconoscere che questa relazione intima e durevole con Gesù Cristo – e in particolare con lui crocifisso – si svolge non nel momento del rito bensì nella vita di ogni giorno. E’ nella quotidianità che ci è dato di “masticare il corpo del Crocifisso” ogni volta che frequentiamo la morte, la violenza, la tortura, la sopraffazione (per esperienza diretta o attraverso il racconto di chi l’ha subita). Noi degustiamo il sangue di Gesù Cristo versato per noi ogni volta che la sofferenza, il tradimento, la sconfitta ci colpiscono o siamo solidali con qualcuno che ne è stato colpito. Noi dimoriamo in Cristo proprio in quel momento in cui Dio sembra averci abbandonato come – secondo Marco Matteo – sembrò a Gesù nel momento della morte.
Non per caso la Cena del Signore si chiama anche Comunione. Questo rito significa la nostra comunione con Cristo, e di conseguenza la nostra comunione con le nostre sorelle e i nostri fratelli. Ma questa comunione, per essere reale, non ha bisogno del rito. Gesù Cristo ci porge il suo corpo da mangiare ogni giorno, ci offre il suo sangue da bere nel mezzo della vita quotidiana. Sta a noi di riconoscerlo.

Amen.

 Daniele Bouchard