Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere
per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi
per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose,
mediante il quale ha pure creato i mondi.
(Ebrei 1,1-2)


Care sorelle e cari fratelli,

nel pieno della pandemia, in un momento di disorientamento, abbiamo bisogno che Dio ci parli per aiutarci a ritrovare il significato del Natale. L’inizio della Lettera agli Ebrei pone l’accento proprio sul fatto che Dio parla. Tra credenti siamo abituati a sentirlo dire, ma in realtà non è qualcosa di scontato, piuttosto è una buona notizia che giunge a noi sempre di nuovo: Dio parla e parla a tutti, agli ebrei e ai pagani. Per i pagani colti non era scontato che Dio parlasse, anzi l’idea che Dio volesse comunicare poteva essere considerata una sorta di bestemmia, per loro la divinità era una realtà impassibile, concentrata sulla contemplazione eterna della propria perfezione. Il Dio della Bibbia è tutt’altra persona, è un parlatore, un comunicatore, anzi il parlare è l’attività che contraddistingue ogni sua relazione. Non lo si vede, non lo si tocca, ma lo si ascolta perché molte volte, sin dai tempi più antichi, ha aperto la bocca.

Prima di tutto Dio ha parlato per chiamare la creazione all’esistenza e si è pronunciato su di essa dichiarandola buona e bella. Ha parlato ad Abramo, promettendogli di fare da lui una grande nazione. Ha chiamato Mosè, per farne il liberatore del suo popolo e per dettargli la sua legge. Ha chiamato i profeti perché pronunciassero la parola del giudizio e del riscatto.

Ora “negli ultimi giorni” Egli fa molto di più: Dio parla ancora, ma in modo nuovo, per mezzo del suo Figlio, rivelandosi come Padre e il suo parlare è duplice, perché Egli ci parla nel Figlio che è la sua Parola vivente e ci parla attraverso le parole del Figlio, parole meravigliose contenute nei suoi discorsi, nelle sue parabole e nelle sue guarigioni. Dobbiamo riconoscerlo, siamo di fronte ad un Dio che ha una grande fantasia e non si stanca mai di provarle tutte con noi umani e alla fine prende la decisione di entrare nell’umanità, di sperimentare nel Figlio ogni esperienza umana: la nascita, la mangiatoia, le difficoltà generazionali con la propria famiglia, la predicazione itinerante contro corrente, l’effimero successo umano e la sconfitta, la derisione, la morte e di suo ci aggiunge la resurrezione, perché questa umanità disgraziata, ma da Lui così amata, possa vivere in eterno, senza lasciarlo mai solo.

Natale, dunque, significa prima di tutto l’entrata di Dio nel mondo e con ciò ci viene indicato dove guardare per trovare Dio. Nell’alto dei cieli? No, nella mangiatoia di Betlemme. Questo è il primo trono del re dei re, il secondo trono sarà la croce e il terzo quello alla destra del Padre, dove siederà come erede.

Il Figlio che era all’inizio, per amore del quale il Padre ha creato tutte le cose, è anche l’erede, cioè colui a cui andrà in eredità il regno del Padre. Il linguaggio dell’eredità può risultarci ostico, ma in realtà è un modo concreto anche se antico, di fugare i nostri timori e le nostre ansie. Guardando alla storia e alle sue contraddittorie vicende possiamo chiederci: chi avrà il dominio sulla creazione? Forse chi è più forte, più ricco e magari più fortunato? Sarà Faraone che dominerà sulla terra, o Cesare? La risposta del testo è chiara: l’erede è e sarà Gesù crocifisso e risorto, nato nella grotta di Betlemme. L’essere erede significa avere un futuro eterno, perché il dono della vita fatto sulla croce ha annullato la morte. Noi cristiani dobbiamo sapere che il Signore di questa creazione bella e contraddittoria non è il potente di turno, ma il figlio del falegname.

Questo bambino inerme, questo crocifisso disperato è lo splendore della gloria di Dio, cioè la più alta manifestazione della realtà di Dio. Gesù non è un’approssimazione della verità divina, Egli è la Parola divina, Dio da Dio, Luce da luce, Dio vero da Dio vero. Guardando Gesù vediamo Dio! Nella sua povertà e debolezza vediamo Dio. Tutto dunque è ribaltato rispetto alle concezioni del divino dell’antichità e anche rispetto a quelle più ambigue e nascoste dei nostri giorni. Non sono i potenti e i re i segni visibili della divinità, ma i deboli e i sudditi. I diseredati hanno ottenuto l’eredità! Ogni oppresso può trovare una forza sovrumana in Gesù Cristo! I vincitori sono coloro che, per amore, prendono su di sé le conseguenze più drammatiche del peccato umano, aprendo nuovi orizzonti di speranza per la costruzione di un futuro di giustizia. Agli occhi di Dio chi fa questo, mettendosi alla sequela di Gesù. è superiore ad ogni creatura, anche agli angeli! La loro purezza è nulla rispetto all’amore che si sporca le mani.

Oggi celebriamo l’inizio di questa storia: se riusciamo ad avere speranza, nonostante le tenebre in cui stiamo vivendo, è perché la luce di Gesù ha brillato. Dio sia ringraziato! Amen.

Enrico Del Bianco