Ognuno è tentato dal proprio desiderio, che lo adesca e lo svia (1 Goivanni 1,14)


Care sorelle e cari fratelli,

come è normale, noi abbiamo molti desideri; anche come credenti abbiamo dei desideri. Per es. desideriamo essere accolti nella comunità, vivere la solidarietà coi nostri simili, essere partecipi della vita comunitaria, desideriamo amore, sostegno, sicurezza, perdono, desideriamo l’intimità con Dio, realizzare al sua volontà, contribuire al benessere della società, ecc. ecc. Avere dei desideri è una cosa positiva, sia in generale, sia come credenti; ma, come tutti gli aspetti della vita, bisogna saper gestire anche questo. Ci sono desideri che è fondamentale realizzare e desideri la cui realizzazione sarebbe distruttiva. Nella maggioranza dei casi, è fondamentale come assecondiamo il nostro desiderio, fino a che punto. Per es., il desiderio di condivisione è decisamente positivo, ma non deve essere assecondato fino al punto da invadere lo spazio delle altre persone. Così, è bello desiderare l’intimità con Dio, e talvolta sperimentarla, ma una sua piena realizzazione ci farebbe perdere la percezione della nostra individualità e il legame col mondo intorno a noi.

Collocato in questo quadro, il versetto che abbiamo davanti acquista un significato chiaro: i nostri desideri ci attraggono, ci adescano e possono arrivare a sviarci, possono diventare delle tentazioni. Per es. il grande desiderio di comunità, può esporci alla tentazione di confonderla con la realizzazione del regno di Dio; il desiderio di comprendere Dio può tramutarsi in tentazione di rinchiuderlo nei nostri schemi teologici; lo zelo nel compiere la sua volontà può portare con sé la tentazione di essere noi a realizzarla pienamente.

Saper gestire con saggezza ed equilibrio i propri desideri e le relative tentazioni è un aspetto fondamentale della capacità di vivere serenamente e responsabilmente, anche come credenti. La vita di fede ideale non è infatti quella in cui non si desidera nulla o i desideri si autoregolano, bensì quella in cui impariamo a fare i conti coi nostri desideri e con le tentazioni che ne possono derivare e, tra successi e sconfitte, impariamo a gestirli.

Ai vv. 2-8 l’autore raccomanda di affrontare con gioia le prove (o tentazioni), perché la prova della nostra fede produce costanza (o resilienza), la quale, operando in noi, ci rende delle persone e dei credenti migliori. In tutto ciò l’aiuto di Dio ci è indispensabile, ma Dio è generoso e basta chiederglielo perché egli ci doni la saggezza di cui abbiamo bisogno. Poiché nella lotta per la saggia gestione dei nostri desideri corriamo il rischio di un’eccessiva incertezza, di essere sballottati qua e là, l’autore ci esorta a chiedere aiuto a Dio senza esitare per non ritrovarci a somigliare a un’onda del mare, agitata dal vento. Il pericolo è quello di ritrovarci doppi, scissi, preda delle diverse pulsioni che ci portano ciascuna in una direzione diversa, perdendo l’unità della nostra personalità. Per evitare questo pericolo occorre il massimo impegno da parte nostra, unito all’aiuto da parte di di Dio.

Insomma, la vita del credente è faticosa, ma si tratta di una fatica bella, costruttiva, che produce soddisfazione, per noi e per gli altri. Una fatica che non è mai conclusa, ma possiamo migliorare progressivamente la nostra capacità di esercitarla. Una fatica che può essere grandemente gioiosa.

Sia lode a Dio, che ci ha creati capaci di desiderare e ci aiuta, giorno dopo giorno, a gestire le nostra complessa esistenza nella relazione con lui! Amen.

Daniele Bouchard