Dicembre 2021
Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele
che il tempo della sua schiavitù è compiuto;
che il debito della sua iniquità è pagato,
che essa ha ricevuto dalla mano del SIGNORE
il doppio per tutti i suoi peccati. (Isaia 40,1-2)
Care sorelle e cari fratelli,
iLa parola di consolazione del Deuteroisaia, rivolta a Israele nell’esilio babilonese, arriva a noi oggi, con estrema attualità, in prossimità del Natale. Essa ci dice: “Consolate, consolate questa chiesa”, “consolate, consolate tutti i suoi membri, uno per uno”. Se per caso siamo sordi a quello che ci viene comunicato, ci arriva addirittura un grido. Perché qui si grida e si ripete incessantemente, rivolti al cuore di Gerusalemme e al nostro di chiesa cristiana, che il tempo della schiavitù è compiuto e il debito pagato.
Ci viene annunciato che le nostre schiavitù collettive e individuali sono finite e la consolazione a cui si allude non consiste in parole affettuose e in una pacca sulla spalla, ma in un soccorso attivo, in un aiuto concreto per risollevarsi. Diciamoci la verità: le nostre chiese occidentali versano da tempo in una grave crisi, non riescono a trovare una sintesi tra la presa d’atto della secolarizzazione e il dovere di annunciare l’Evangelo. Ci sentiamo poco efficaci e il nostro linguaggio religioso ci appare inadeguato. Siamo schiavi di una lunga storia e di tradizioni che ci condizionano nostro malgrado. Questa è la Babilonia delle chiese! Pure i singoli credenti trovano difficoltà a fare sintesi tra una sensibilità postmoderna e la fede che ci pone di fronte a Dio. La consolazione prende corpo nella nostra vita nel momento in cui decidiamo di impegnarci per la preparazione della via nel deserto, quella via attraverso cui il Signore passerà per portarci nel suo Regno. La consolazione, insomma, si sperimenta nel mettersi al lavoro, senza piangersi addosso, nella costruzione di un percorso secondo il progetto di Dio che vuole giustizia e non sacrifici. In questo si manifesta la gloria del nostro Dio, non in un tripudio religioso, ma nella distruzione di ogni schiavitù materiale e spirituale.
Sulla base di queste premesse ci viene poi ingiunto di gridare, di andare per il mondo predicando la venuta del Regno. E noi? Come gli sfiduciati del VI secolo A.C. siamo tentati di rispondere che ogni carne è come l’erba, come il fiore del campo che appassisce proprio quando il soffio del Signore spira di nuovo. L’erba che si secca, ci viene detto, è il popolo! Lo è Israele e lo siamo noi. Le chiese appassiscono e Dio sembra lasciarle a se stesse.
Ma ... prontamente il testo ci ricorda che la parola di Dio dura in eterno. Tutto passa, anche la figura storica della chiesa, ciò che resta è la parola! La Parola creatrice, la Parola redentrice dura per sempre e ci dice di continuare a costruire. Noi, Chiesa Valdese di Pisa, faremo i conti con la nostra storia e non lo faremo per disperarci, ma per continuare a impegnarci nella battaglia per la giustizia e la pace.
Il nostro Dio è venuto e sta venendo come dominatore e come pastore che pascerà il gregge e ciascuna pecora nella sua particolarità. Non siamo soli, la storia individuale e collettiva può risultare molto problematica, ma Dio resta con la sua Parola di consolazione. La Parola che ora ci ha parlato e che ci parlerà a Natale, per noi cristiani non è un discorso da capire, ma è una persona, la persona di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che viene a noi nella sua nascita, nella sua predicazione, nelle sue opere, nella sua morte e nella sua resurrezione. Egli è la pietra angolare e chi crede in lui non resterà confuso.
Amen.
Enrico Del Bianco
