Aprile 2022

 

Dio disse a Elia: «Va’ fuori e fermati sul monte, davanti al SIGNORE».
E il SIGNORE passò. Un vento forte, impetuoso, schiantava i monti e spezzava le rocce davanti al SIGNORE, ma il SIGNORE non era nel vento.
E, dopo il vento, un terremoto; ma il SIGNORE non era nel terremoto.
E, dopo il terremoto, un fuoco; ma il SIGNORE non era nel fuoco.
E, dopo il fuoco, un mormorio di vento leggero.
 (1 Re 19,11-20)


Care sorelle e cari fratelli,

la relazione con Dio è basata sull’incontro. Dio ci incontra nella nostra vita, il Figlio ci incontrò camminando sulla terra, creazione del Padre; e lo Spirito ci incontra e ci guida fino all’avvento del Regno. A nostra volta noi incontriamo Dio nella Scrittura, nella preghiera, riconoscendo la sua opera in mezzo a noi nonché nelle nostre vite. Noi incontriamo Dio nel canto e nel silenzio. Sì, anche nel silenzio è possibile dialogare con Dio. Ed è esattamente questo ciò che avviene in questo racconto sul profeta Elia. Elia è stanco, arrabbiato, impaurito e frustrato. Pochi versetti prima aveva chiesto a Dio di prendersi la sua vita: «andò a mettersi seduto sotto una ginestra, ed espresse il desiderio di morire, dicendo: «Basta! Prendi la mia anima, o SIGNORE, ...». Ma Dio aveva altri progetti per lui. Il Signore lo rifocilla e gli ordina di recarsi sul «il monte di Dio» l’Oreb (più comunemente conosciuto col nome di Sinai).

Proprio quando Elia voleva porre fine alla propria vita, Dio lo conduce dove tutto ebbe inizio, dove uno sparuto popolo di fuggiaschi divenne il Popolo del Signore: il Popolo di Israele. Giunto sul monte il profeta trova riparo in una spelonca. Ma prima che Elia possa farsi venire l’idea di optare per l’eremitaggio in quella spelonca Dio lo chiama a uscire da lì. Elia esegue l’ordine e assiste a tre differenti eventi atmosferici: vento, terremoto e fuoco.

In barba a chiunque accusi questo testo di prestare spunto a un tipo di teologia naturale, qui il racconto separa con nitida precisione la sequenza degli eventi: «il Signore passò», e dopo il suo passaggio il vento, il terremoto e il fuoco. Dio infatti «non era nel vento», «non era nel terremoto» e «non era nel fuoco».

Dov’è allora Dio? O meglio, dov’è che Elia riconosce la presenza di Dio? Nel «mormorio di vento leggero» (che si può tradurre anche con «voce di silenzio sottile»), quella di Elia è una manifestazione uditiva di Dio: «Quando Elia lo udì, si coprì la faccia con il mantello ...». Nuovamente, come all’inizio della sua vocazione profetica, Dio lo incontra nella chiamata. Così si passa dalla chiamata all’incontro, che non sempre avviene come ci si aspetta.

Noi spesso rischiamo di incontrare il Signore e riconoscerne l’operato solamente nelle situazioni eclatanti o prodigiose. Quando Dio come un vento impetuoso schianta le rocce che ci intralciano la via o quando entra nelle nostre vite come un terremoto che ci sveglia e ci impedisce di essere credenti pigri, credenti “sulla carta” e non nel quotidiano. O quando Dio come un fuoco riaccende la nostra fede spenta, o manda in cenere le nostre paure o nel buio ci indica la strada per uscirvi. Eppure Dio si rivolge a noi anche nel «mormorio di vento leggero», nella nostra più semplice e tranquilla (forse monotona) quotidianità; sta a noi riuscire a scorgere quel suono... e un modo è senza dubbio metterci in posizione di ascolto e dialogo... nella preghiera per esempio, sia essa personale o condivisa. Ma se Dio lo si può incontrare in ogni frangente del nostro vissuto, perché dedicare un periodo alla salvaguardia del creato, alle montagne? Perché il creato è opera di Sua man. La terra, sua creazione, non ci è stata data come possesso e nemmeno come amministratori che ne possono disporre come vogliono. Perché ridistribuire le terre ogni sette anni come dice il Levitico (cap. 25)? Perché la terra non è nostra ma è di Dio e in quanto tale dobbiamo averne cura e rispetto. Dio ama la terra. Anche quando, secondo il racconto di Genesi, si arrabbiò a tal punto con l’umanità da volerla cancellare non scelse di estinguere l’intera terra. Non l’appallottolò e la gettò via come facciamo noi coi fogli di carta quando non ci piace cosa abbiamo scritto o disegnato. No, Dio la salvaguardò e si pose l’arcobaleno come promemoria per il futuro. E perché proprio parlare di montagne? Certamente hanno un forte valore simbolico: il simbolico avvicinarsi a Dio, la ricerca di isolamento dalla frenesia quotidiana, il desiderio di astrazione dalle persone “altre”. Biblicamente parlando, lo abbiamo già detto, è presso una montagna che Dio fa di Israele il Suo Popolo ed è in cima a una montagna che Dio (due volte) annuncia le Dieci Parole di Dio (ovvero i Dieci Comandamenti).

Oggi voglio proporvi uno spunto più geologico che teologico. Abbiamo detto che questo racconto di Elia è un racconto di incontro tra lui e Dio, ebbene sapete come “nascono” le montagne? Le montagne nascono anch’esse da un incontro/ scontro tra due placche tettoniche. Milioni di anni fa due placche si sono incontrate/scontrate e dal loro incontro sono sorte le montagne. Questo ci deve far riflettere sul nostro essere in relazione con Dio. Incontrare Dio non significa necessariamente che non vi siano attriti o tensioni con Lui. La Bibbia è piena di illustri figure che si sono scontrate con Dio e dal loro scontro/incontro è sorto qualcosa di costruttivo. Dio ci incontra e non teme le nostre risposte, non teme la nostra rabbia o frustrazione, non teme la nostra tristezza o il nostro silenzio o la nostra ritrosia; sì Dio ci incontra e ci chiama al dialogo.

Amen.

Giovanni Bernardini