Aprile 2023
Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso. Egli è resuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’avevano messo. Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. (Marco 16,6-7)
Care sorelle e cari fratelli,
La storia di Gesù si è da poco conclusa e l’incipit del nostro testo sembra un epilogo che non lo riguarda più. In scena ci sono le donne: Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome, loro insieme a molte altre hanno assistito alla morte, in assenza dei discepoli maschi fuggitivi, di Pietro il rinnegatore e di Giuda il traditore. Le donne erano presenti alla sepoltura e guardavano il luogo dove era stato messo. Ora esse si recano a compiere l’ultimo servizio a un corpo amato, ma privo di vita. Non sappiamo da Marco se le donne hanno continuato a credere dopo la croce e se avevano compreso la particolare messianicità di Gesù. La Croce, comunque, l’hanno vista e pure hanno visto la tomba, segno del soggiorno dei morti dove Gesù è disceso. Pensiamoci un attimo: nei sinottici nessuno dei dodici assiste al tragico epilogo a Gerusalemme della storia iniziata nella Galilea delle genti. Le donne ci sono, gli uomini no e se quella che oggi leggiamo e interpretiamo è la parola di Dio, questo elemento non può essere accidentale: qui Dio ci vuol far riflettere sulla beatitudine che ai suoi occhi investe le donne. Se le chiese per secoli hanno completamente occultato questo dato vuol dire che non sono state fedeli fino in fondo al loro Signore.
Il racconto prosegue con la preoccupazione legittima per la pietra che chiude il passaggio. Chi potrà rotolarla? Si scopre poi che la grande pietra è stata rotolata, essa ha subito l’azione di Qualcuno che voleva riaprire quella storia che sembrava conclusa. Si può dunque entrare dove regnava la morte, ma il morto non c’è più. Al suo posto c’è un vivente che non è Gesù. Marco non è interessato a chiarire la sua identità, solo si limita ad indicare quanto candida sia la sua veste. Ciò che lo contraddistingue è quello che dice, la rivelazione divina con cui illumina quell’inattesa situazione. Egli fa capire alle donne che il crocifisso è il Risorto, il morto è il vivente, il perdente è il vincitore e il luogo dove l’avevano messo è vuoto. E quel vuoto non deve spaventare: non è segno di un’ulteriore umiliazione, di una profanazione, ma di una nuova storia che comincia. Dio, insomma, ha deciso di continuare la sua storia con l’umanità, inaugurando a partire da Gesù, una vita nuova, una vita che non finisce, non passa di moda, ma dura in eterno.
Noi in duemila e più anni ci siamo abituati a queste parole e forse non ne comprendiamo più la portata travolgente. Nella storia umana dell'ingiustizia si è aperta una crepa. D'ora in avanti gli ingiusti, i prepotenti, gli sfruttatori non l'avranno vinta. Dio ha dato un fondamento oggettivo al riscatto di un'umanità sofferente, sfruttata e schiacciata dalle mille facce del potere e questo fondamento è la nuova vita del crocifisso. In questo modo la potenza di Dio si manifesta e le donne, nonostante l'invito dell'angelo, non potranno che esserne travolte, come al passaggio di Dio sul Sinai. Resurrezione significa che Dio ha ripreso il ruolo di creatore, con l’intenzione di scardinare l’ordine a cui siamo abituati. Resurrezione significa che tutto viene messo in discussione e che le connessioni causali su cui basiamo la nostra vita possono saltare, perché in mezzo ci si infila Dio con la sua creatività e novità.
L’angelo infine invia le donne là dove tutto aveva avuto inizio: la Galilea. Essa non è un posto qualunque, è “la Galilea delle genti”, terra di frontiera dove diverse culture si incontrano e sono costrette a convivere. Gesù è un ebreo che viene da questa terra, è cresciuto in questa confusione di lingue e di mentalità. Qui il Risorto precederà i suoi discepoli e darà il via all’annuncio della salvezza.
Con questa indicazione il vangelo, ragionevolmente, poteva concludersi, ma nel v. 8 entra in scena l’imprevedibile: “Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro, perché erano prese da tremito e da stupore; e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura”. Così, originariamente, si concludeva il Vangelo di Marco. L’effetto emotivo e teologico di questa conclusione, però, nei secoli si è perso per le aggiunte posteriori sulle apparizioni di Gesù. Sforziamoci dunque di pensare a un vangelo che si chiude bruscamente con la fuga e il silenzio delle donne. Se stiamo a quanto ci viene detto sappiamo “solamente” che è risorto e che attende i suoi discepoli, di più non ci è suggerito. Non possiamo tornarcene a casa pensando a un’apparizione di cui si può nutrire il nostro immaginario anche in termini consolatori. Il risorto non si lascia catturare in alcun modo e la sua inafferrabilità ci ricorda che siamo di fronte all’iniziativa non solo del Dio della Genesi, ma anche del Dio del Sinai che proibisce le immagini di sé. L’unica immagine che può fermarsi nella nostra mente è quella di tre donne prese da un misto di terrore e di meraviglia, incapaci di comunicare la loro esperienza ineffabile. La presenza del Dio che dichiara vivente il crocifisso sconvolge la loro vita e non dà luogo ad una pianificazione delle azioni successive.
Cosa ci attende allora? Ci attende la Galilea dove incontrare genti sempre nuove perché anche a esse arrivi il messaggio della libertà dal peccato e dalla morte. Proprio la pluralità delle persone che possiamo trovare sulla nostra strada ci suggerisce di evitare immagini stereotipate che non possono essere significative per tutti. Il risorto non si fa catturare in schemi edificanti e ci invita alla fantasia e alla creatività per trovare le parole giuste e le testimonianze più eloquenti con cui annunciare l’irrompere della vita eterna di Dio.
Amen.
Enrico Del Bianco
