Aprile 2024 

 

Gesù gli disse: «Io ti dico: i suoi molti peccati le sono perdonati, perché ha molto amato; ma colui a cui poco è perdonato, poco ama» (Luca 7,47)


SIMONE
Mi chiamo Simone. Sappiate però che io appartengo ad una famiglia di spicco in ambito sacerdotale e sono ben visto in questa città. Appartengo alla cerchia dei Farisei. Non amo confondermi con la massa informe del popolo perché mi irrita vedere tutta questa gente affannarsi per cose inutili e lontanissime dalle pratiche e dai principi religiosi che io professo e seguo con grande zelo.

Si, lo dichiaro solennemente: sono davvero devoto ed osservante della Legge di Dio. Questo perché ho preso sul serio la mia vocazione e mi impegno con rigore ad osservare tutti i precetti e le regole che ci ha dato il Signore. Sono proprio convinto di aver intrapreso la strada giusta. Mano a mano che il tempo passa sento la mia anima sempre più vicina a Dio e questo mi da un senso di forza, di sicurezza ed una convinzione sempre maggiori e di ciò sono molto felice. Un giorno ho sentito parlare di questo Maestro, tale Gesù di Nazareth. Ho sorriso dentro di me e mi sono detto: ma quando mai è venuto niente di buono o di interessante da quelle parti? Ad ogni modo mi hanno incuriosito certi racconti che circolavano su di lui. Non che approvassi tutto quello che mi veniva riferito, anzi, ho ascoltato cose poco gradevoli, direi veramente distanti dalla vera religione alla quale appartengo e mi identifico. Ad ogni modo nacque in me una certa curiosità e la voglia di conoscerlo meglio. Decisi quindi di invitarlo a pranzo. Questo fu motivo di attrito tra me e i miei fratelli perché fra loro c’era molta diffidenza. Allora ne invitai alcuni così poterono vedere con i loro occhi e sentire con le loro orecchie che per me c’era soltanto la curiosità di sapere se fosse un profeta oppure no, niente di più, niente di meno. Il giorno seguente il Maestro si presentò a casa mia. A vederlo era una persona del tutto comune; in effetti non aveva niente di particolare che facesse supporre che fosse un profeta: vestiva in modo semplice; era seguito da alcuni che presumo fossero dei discepoli i quali, comunque, restarono fuori casa ad attenderlo. Io lo accolsi e lo feci accomodare a tavola. Lui salutò con un sorriso e si sedette. A quel punto feci chiamare anche i commensali ed iniziammo a mangiare. C’era silenzio. Dalla porta d’ingresso, che lasciai aperta per la nostra legge dell’ospitalità ad un tratto irruppe in casa una donna, tutta lacrimante che si gettò ai piedi del Maestro. Gli versò dell’olio profumato sui piedi e poi glieli baciava ripetutamente e con le lacrime li lavava e poi li asciugava con i capelli e così continuava senza fermarsi e lui la lasciava fare, non le diceva niente, soltanto la accarezzava dolcemente. Se la devo dire tutta fu davvero uno spettacolo ripugnante. A quel punto io e i miei fratelli ci guardammo allibiti. Purtroppo conoscevamo quella donna: era una prostituta, una delle tante che se ne stava ai margini del paese e raramente veniva da questa parti. Fu una cosa molto imbarazzante. A quel punto mi domandai se davvero costui fosse un profeta, anche se non la conosceva era evidente che si trattasse di una peccatrice, ma com’era possibile che non la riconoscesse! Improvvisamente il Maestro si rivolse a me con una voce dolce e calma dicendo che voleva dirmi una cosa. Lo ascoltai. Mi raccontò, voltandosi verso quella donna, di una storia di un tale che aveva due debitori che gli dovevano dei denari, uno aveva un debito maggiore e l’altro molto minore. Tale debito fu condonato ad entrambi. Alla fine del racconto mi fece una domanda: quale dei due amerà di più colui che gli ha condonato il debito? Ovviamente chi aveva il debito maggiore. Risposi correttamente. Allora mi spiegò altre cose facendo dei paragoni con quella donnaccia ma una cosa in particolare mi colpì: disse che a chi poco e perdonato poco ama. Era chiaro che si rivolgesse a me! Lì per lì rimasi basito. Forse il cosiddetto Maestro non sapeva che avevo sempre osservavo la decima, che mi impegnavo scrupolosamente nei digiuni e facevo tutto ciò che i nostri padri ci hanno tramandato secondo la legge. Ma chi era costui che si permetteva di dirmi certe cose e che poteva perdonare i peccati? Solo Dio può perdonare i peccati, che diamine! I miei fratelli pure si scandalizzarono e la rabbia fu tale che accompagnammo quest’uomo alla porta e lo pregammo di andarsene.

LA PECCATRICE
Si, sono io, la peccatrice. Il mio nome non ve lo dico, è inutile, perché semplicemente non lo ha mai considerato nessuno, sono quasi trasparente. Come tante, sono stata sempre messa da parte, sin da piccola. Ero una bambina carina, la più carina tra le mie sorelle. E’ l’unico dono che avessi. Questa cosa però, col trascorrere del tempo, cominciò a crearmi molti, molti problemi: ad esempio mio padre mi guardava sempre con preoccupazione, quasi presagisse qualcosa del mio tragico futuro. Mia madre mi diceva che avrebbe voluto per me un buon marito. Voleva che mettessi su famiglia e che diventassi a mia volta una buona madre, piena di premura per i propri figli e che osservassi sempre la legge e i profeti. Le cose non andarono così. Per niente. Quando diventai più grande, ormai adolescente, conobbi un uomo che usò verso di me violenza e poi se ne andò, sparì nel nulla, si volatilizzò e di lui non ricordo niente se non un grande dolore. Mi crollò il mondo addosso. Avevo come un pungolo sulla bocca dello stomaco che mi straziava, sentivo le mie gambe cedere ed il respiro mi pesava come un macigno e dentro di me albergava perennemente un vuoto che le mie lacrime non riuscivano a colmare, tanto era grande e tanto era profondo. Quando raccontai la mia sventura a mio padre e a mia madre si scatenò l’inferno. In un attimo passai dalla vita alla morte. Il giudizio della mia famiglia mi stringeva il cuore come una cintura che piano piano stringendosi scala i fori e sembra che i fori non finiscano mai, e tutto questo fino a strozzarti, fino a toglierti il fiato. Mio padre poi prese una decisione: disse che mi dovevo allontanare da casa perché ormai ero diventata impura. Si, avete capito bene, impura! Non provare a toccare niente, vattene via - diceva. Mi recai fuori dalla città, lontano, ai margini sporchi della periferia, dove tutto è indistinto, dove le cose si confondono con il loro contrario, dove tutto rimane uguale. Avevo bisogno di poter vivere in qualche modo e siccome nessuno mi voleva decisi, con la morte nel cuore, di rendermi disponibile e compiacente. Molti venivano a trovarmi. Non mi mancava il denaro. Dio sa quanto fingevo e quale maschera indossavo per far finta di compiere un buon lavoro. Me stessa era ormai affogata in quella maschera, lurida e ruvida, nella quale vivevo una vita non mia e mi ci ero abituata. Un giorno una persona venne a trovarmi per giacere con me. Mi raccontava, ridendo, che in città era arrivato un uomo sul quale si diceva che poteva perdonare i peccati. In effetti mi disse che si dicevano molte altre cose su di lui, anche non belle. Fu allora che fui presa da un forte desiderio, una voglia intensa di incontrare quella persona. Non me ne importava niente di quello che si diceva di lui. Era da molto che dentro di me non sentivo muovere qualcosa. Era come un calore, un fremito che non so spiegare. Certo non avevo niente da perdere, ormai ero come morta, ormai ero già stata inghiottita dal vortice. E così, come una morta che cammina, non so perché e non so come afferrai un vasetto di olio profumato che avevo sul comodino, mi vestii, presi coraggio e mi incamminai a passi svelti verso la città. Quel giorno, mi ricordo bene, affrontai gli sguardi sprezzanti della gente, immaginando le parole pesanti che potevano uscire da quelle bocche, come pugnali pronti a colpire per uccidermi. Seppi che questa persona era ospite di un certo Simone, tale fariseo noto in città. Sapevo chi fosse e dove abitasse. Mi fu detto anche che quell’uomo si chiamava Gesù. Quando arrivai a destinazione la porta di casa era aperta. Lo vidi, seduto che stava pranzando. Lui, Gesù, si voltò quasi sapesse che stavo arrivando. Abbozzò appena appena un sorriso e mi guardò dolcemente e in un attimo mi sentii libera. Libera da tutto il peso di me stessa. Libera perché finalmente mi abbandonò il buio della mia anima che era già morta. Corsi. Tirai fuor di tasca l’ampolla con il profumo e arrivata, mi inginocchiai e versai tutto il profumo sui suoi piedi. Lo feci perché forse era l’unico modo che potevo fare in quel momento per mostrargli la mia gratitudine. Ero stata accolta da un sorriso pieno di Grazia che non mi giudicava ed era rifiorita in me la voglia di cambiare perché in un attimo mi sentii trasformata in un’altra persona. Il vuoto dentro di me si riempì, e si riempì di gioia. Oh quanto lo amavo! Le mie lacrime cadevano copiosamente e cercavo di asciugarle con i miei capelli che strofinavo alla rinfusa sopra e sotto e di lato. Lo baciavo e lo ribaciavo come mai ho fatto con nessun altro. Lui mi disse dolcemente: “La tua fede ti ha salvata; va in pace”. Mi alzai, ancora piangente, e me ne andai. Fuori trovai altre persone che dissero di essere suoi discepoli. Li supplicai di potermi unire a loro.

Marco Gammanossi