Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio
perché quello che l'uomo ha seminato, quello pure mieterà.
Perché chi semina per la sua carne,
mieterà corruzione dalla carne;    
ma chi semina per lo Spirito    
mieterà dallo Spirito vita eterna.    
Non ci scoraggiamo di fare il bene;
perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo.    

(Galati 6, 7 – 9)     

 

Care sorelle, cari fratelli,

l’apostolo Paolo, nella sua esortazione finale alle chiese della Galazia, usa l’immagine del seminare e del mietere, immagine tratta chiaramente dall’agricoltura, ai tempi di Paolo uno degli elementi più importanti dell’economia. Seminare e mietere è, nel suo discorso, immagine per la vita di ogni persona.

L’immagine è molto interessante sotto tre aspetti. Il primo: chi semina grano, raccoglierà del grano. Questa è la legge della natura, come testimonia il racconto della Genesi, quando Dio ha creato tutte le piante, ognuna con il suo proprio seme. Quello che semini, raccoglierai, nel bene e nel male. Se hai seminato bene, raccoglierai bene, frutto in abbondanza, se hai seminato male, raccoglierai male, poco, prodotti scarsi. Il seme, quando è seminato, non può diventare altro che se stesso. Ma il secondo aspetto corregge e precisa il prima: Il seme seminato non riproduce semplicemente se stesso, ma si moltiplica. Il granello di grano non diventa un altro granello di grano, ma una spiga che porta trenta, sessanta o cento semi di grano. Il seme si trasforma in qualcos’altro da sé, diventa pianta, che moltiplica alla fine il seme. Anche questo è una legge della natura, e la scoperta di questa legge sta alla base dell’agricoltura. Seminando, io posso moltiplicare i semi fino al punto di averne così tanti, che posso avere semi per seminare e grano per fare il pane. Ma c’è ancora il terzo aspetto: tra la semina e la mietitura deve passare del tempo, il raccolto ha bisogno di tempo per crescere e per maturare.

 Chi semina deve avere pazienza, deve avere speranza, deve avere la capacità di aspettare. Certo, il contadino conosce i tempi delle sue coltivazioni: il contadino della Sicilia, che semina grano, sa che ci vogliono sei o sette mesi affinché la sua semina arrivi alla mietitura e riempia il suo granaio o, con la vendita del grano, il suo portafoglio; il contadino della Foresta Nera, che semina abeti, sa che deve aspettare anni e decenni, prima che i suoi alberi diventino tronchi di valore commerciale.

L’immagine della semina e della mietitura è, al tempo stesso, incoraggiante e inquietante. Ma forse non ci può essere incoraggiamento senza un’inquietudine di fondo. Chi semina, non può essere certo del raccolto, ma il tempo tra la semina e la mietitura è caratterizzato dalla speranza e dall’inquietudine. Avrò seminato bene? Avrò usato semenza di qualità? Non capiterà qualcosa, una grandinata, l’infestazione del mio campo da un parasita o da una malattia, un periodo di siccità, un’alluvione, che vanificherà il mio lavoro?

Semina e mietitura; crescere e educare dei figli; scelte personali che in qualche modo determinano il nostro futuro; investimento di energia, di tempo, di denaro per programmare il futuro, scelte di posizioni della nostra chiesa di cui vedremo i frutti o le conseguenze disastrose nel futuro.

Essere vivi significa portare le conseguenze del passato, essere in qualche modo “raccolto”, ma al tempo stesso, poter seminare oggi per un raccolto futuro. Non possiamo cambiare la nostra storia, ma, partendo dal nostro presente, possiamo cercare di costruire il futuro, possiamo seminare. è però importante come seminiamo, che cosa seminiamo, dove seminiamo.

L’apostolo Paolo esorta i Galati a seminare per lo Spirito, e non per la propria carne, perché la prospettiva della propria carne è corruzione, cioè distruzione, nulla, l’inutilità dello sforzo, mentre la prospettiva dello Spirito è vita eterna, qualcosa che rimane, qualcosa che apre una prospettiva. Potrei tradurre il pensiero di Paolo così: non si tratta della scelta dello spirituale contro il materiale (che cosa è spirituale? che cosa è materiale?), ma della scelta della condivisione e della comunicazione con altre persone, Dio come presenza personale inclusa, anzi, al primo posto, contro l'egocentrismo e l'egoismo, che trasforma Dio in un principio, un valore, addirittura il fondamento del mio mondo; Dio fa parte della costruzione della mia vita, ma non devo entrare con lui in una relazione viva e per nulla scontata. Il problema dell’egoismo non è che fa male agli altri, ma trasforma la vita dell’egoista in una prigione, nella quale alla fine perisce. La vita invece riceve la promessa dove è comunicazione e condivisione.

Il Signore ci dia la sensibilità e la capacità di seminare nel nuovo anno di vita della nostra chiesa per lo Spirito per preparare una mietitura per l’avvenire.


Klaus Langeneck